martedì 30 giugno 2009

SOLDI PER LA PROPAGANDA mentre gli italiani soffrono


(G8) 400 milioni contro 321 milioni (povertà)
Questo G8 è una vergogna.
Flavio Lotti: "L'Italia spende di più per il G8 che per la lotta alla povertà"



Perugia, 29 giugno 2009 - Alla vigilia del G8, Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della pace, ha rilasciato la seguente dichiarazione:

"Incredibile, ma vero. Il G8 costa più dell'intero bilancio che l'Italia dedica alla lotta alla povertà. 400 milioni di euro contro i miseri 321,8 milioni stanziati quest'anno dal governo italiano per lottare contro la morte per fame e la miseria nel mondo. Una vergogna che getta un'ombra inquietante sul vertice che si sta per aprire a L'Aquila.

Nonostante il fumo mediatico che è stato innalzato attorno a questo evento, lo scandalo non può essere cancellato. Quest'anno ci sono cento milioni di persone in più che muoiono di fame e il nostro governo butta 400 milioni di euro o forse più per organizzare un vertice. Salvo poi dire che la crisi gli impedisce di mantenere gli impegni internazionali contro la povertà. O, peggio ancora, fare, come accadrà all'Aquila, nuovi annunci e distribuire nuove promesse. Tutto questo è intollerabile.

E' noto che i problemi dell'umanità non si risolvono con i vertici. Ma con un lavoro quotidiano sistematico e coerente in istituzioni internazionali democratiche ed efficienti. E tuttavia, se davvero fosse necessario riunire gli otto paesi più industrializzati, si potrebbe fare, senza troppi costi aggiuntivi, in una delle tante sedi istituzionali esistenti nel mondo.

Il problema è ancora più serio, perché in un mondo che cambia rapidamente, la formula (G8) è ormai palesemente obsoleta. Tant'é che dal G8 si sta rapidamente passando al G20 e ogni anno gli organizzatori di turno sono costretti ad allungare la lista degli invitati.

Per questo al primo punto dell'Agenda del G8 dell'Aquila ci dovrebbe essere un obiettivo ragionevole: abolire queste costosissime parate annuali inconcludenti e investire sulle istituzioni internazionali (democratiche o da democratizzare) come l'Onu che possono davvero fare la differenza.

In attesa che il sogno si avveri, vale la pena di ricordare che:

1. i "grandi" che s'incontreranno in Italia detengono potere, risorse e mezzi in grado di determinare, nel bene e nel male, le condizioni di vita e il futuro di tanta parte dell'umanità. Su di loro pesa come un macigno la responsabilità di aver fatto tante promesse e di non averle ancora mantenute. Non basterà una foto sulle macerie del terremoto per liberarsene;

2. nei prossimi giorni, all'Aquila, si consumerà una grande messa in scena mediatica sulla pelle dei terremotati che forse riceveranno in dono il restauro di qualche monumento ma non quello che più desiderano: una ricostruzione certa e condivisa. Se dopo il terremoto, Berlusconi avesse annullato il G8 e versato la somma risparmiata agli sfollati dell'Abruzzo i benefici sarebbero stati più grandi ed efficaci;

3. nessuno conosce davvero i conti di questo G8. Bertolaso ha detto che sono stati impegnati 500 milioni di ?. Poi si è parlato di risparmi ma la confusione delle cifre è totale. Una gran parte è stata spesa in Sardegna. Qualche decina di milioni sono stati spesi per le riunioni preparatorie. Altri sono stati spesi all'Aquila per accogliere e proteggere i leader mondiali. Altri ancora ne verranno spesi in questi giorni. Possibile che nel nostro paese non si possa sapere realmente quanto ci è costato questo G8? Da dove sono stati presi i fondi? A quali altre attività sono stati sottratti? Il Parlamento dovrebbe esigere un bilancio completo e dettagliato. Indovinate un po' chi pagherà il conto?"

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martedì 23 giugno 2009

LA LEGA AFFONDA L'ITALIA


Una maggioranza sempre più “capace di tutto”, un’opposizione sempre più “buona a nulla”
di Valter Vecellio

E’ soddisfatta la Lega. Ha incrementato i suoi voti, continua ad essere percepita come partito-movimento di “rottura” e organizzazione antipartitocratica, e al tempo stesso “occupa” spregiudicatamente ogni postazione di potere possibile; è in grado di condizionare le scelte del presidente del Consiglio. La dichiarazione di Roberto Calderoli è emblematica: “La marcia trionfale prosegue e l’accoppiata Bossi-Berlusconi è davvero formidabile. Dopo aver espugnato al primo turno le cattedrali della sinistra, al Nord cadono Milano, Venezia, Belluno e Cremona. Con la lega si vince, su questo non c’è alcun dubbio”. Fateci caso: Calderoli parlando dell’“accoppiata” che prosegue la marcia trionfale, dice “Bossi-Berlusconi”. Non Berlusconi-Bossi. E’ una “spia” che la dice lunga.



E’ soddisfatto anche il segretario del PD Dario Franceschini. La stessa soddisfazione, par di capire, espressa in occasione delle elezioni del Parlamento Europeo: quando tutti pronosticavano una rovinosa sconfitta; essendo stata non rovinosa, ma solo sconfitta, Franceschini la considerò una mezza vittoria. E ora, risultati delle amministrative sotto mano, il segretario del PD si sente autorizzato a sostenere che “comincia il declino della destra. Sarà un percorso lungo, ma con lavoro e impegno porteremo avanti un cammino di cambiamento del Paese. C’è stato un risultato positivo e meglio delle aspettative. Un risultato ottimo al Sud con la vittoria straordinaria a Bari, le conferme nel centro-nord, in specie a Torino e Padova, un testa a testa a Milano”.



E’ soddisfatto il centro-destra: “Il risultato dimostra che non c’è nessuna inversione di tendenza nel consenso per governo e maggioranza”, cinguetta Denis Verdini. “Abbiamo conquistato città storiche, che da 60 anni erano governate dalla sinistra”.



Tutti hanno un qualche motivo di soddisfazione, perfino l’UdC. Lorenzo Cesa e Rocco Buttiglione sostengono che il loro partito è stato determinante per la vittoria di tizio o di caio.



Il PD ha tenuto, ci ha messo una pezza. A che prezzo? Ha ceduto Milano, Venezia, Cremona, Prato; quanti dei suoi elettori non hanno votato PD, si sono astenuti o hanno dirottato i loro voti sulla Lega? L’inevitabile resa dei conti cui si assisterà, da una parte fugherà le ambiguità che sono la cifra di questo conglomerato; ma dove pensano e sperano di andare, con questo sciagurato modo di fare? E chissà se i “giovani”, come si dice, sono davvero meglio dei “vecchi”.



Il centro-destra ha incrementato il suo bottino, ma appare gonfio, con un leader in difficoltà, “prigioniero” dei diktat leghisti, barzelletta all’estero e protagonista di vicende avvilenti che sembrano una sceneggiatura di uno dei tanti cine-panettoni. Solo che qui non c’è davvero nulla di che ridere. Il centro-destra vince, ma è Berlusconi che non convince più. Può trapiantarsi una foresta di capelli farlocchi, mettersi in testa tutto il lucido da scarpe che vuole, farsi stirare le rughe, vestirsi da Soprano’s perché lo scuro attenua pancia e fianchi, impedire che lo riprendano sul lato sinistro, e far ricorso a tutte le tecniche “visive” che vuole. Sono indimenticabili quelle due immagini che lo vedono assopito in occasione delle feste del 2 giugno e della polizia penitenziaria: un leader stanco, bolso, logoro e logorato. La “spia” degli inquietanti scricchiolii è dato dall’annuncio dello stesso Berlusconi che “ora basta”: ci sarà un summit con i vari ministri per il varo e l’attuazione del necessario e vasto programma di riforme. E l’ammissione che si è sprecato un anno. E’ la consapevolezza che il repertorio delle mirabolanti promesse ormai non incanta più.



Cosa vorranno e sapranno fare i “capaci di tutto”, non sapremmo dire. L’esperienza del passato, la preoccupazione per il futuro, ci porta a credere che nulla di buono si annunci per il presente. Ad ogni modo se davvero si volesse dare esecuzione all’annunciato programma di riforme, non c’è bisogno di andare lontano. Berlusconi non ha che da andare a recuperare quel “pacchetto” di referendum che, anni fa, tradì platealmente, promettendo “ghe pensi mi”, una volta che avesse varcato la soglia di palazzo Chigi. Quella soglia venne varcata, e da allora ha pensato a tutto meno che a quanto aveva promesso di fare.



Fossero dotati, lui e i suoi consiglieri, di un minimo di intelligenza politica, e non solo di neppure troppa astuzia tattica, fossero meno ingordi e preoccupati di soddisfare i loro smisurati appetiti, si accorgerebbero dell’opportunità,oltre che della necessità, di imprimere quella svolta e di varare quel programma di riforme a lungo auspicate e scelleratamente ritardate. Ci fosse un’opposizione meno interessata alla contemplazione del suo ombelico, meno occupata a dilaniarsi, protesa davvero nel fornire “materiali” per un’alternativa a questo regime che insieme si consolida e si sgretola (sì, è in corso perfino questa “quadra”!), i “buoni a nulla” annuncerebbero la loro partecipazione (partecipazione, non “passerella”) all’ormai prossima convention di Chianciano, per comunicare la loro disponibilità e volontà di lavorare al cantiere riformatore.



Ma la maggioranza è sempre più “capace di tutto”, l’opposizione sempre più “buoni a nulla”. E’ una pesante responsabilità politica, quella che grava sulle spalle dei radicali.

mercoledì 17 giugno 2009

REFERENDUM - LE RAGIONI DEL NO!


Referendum elettorale: Radicali - Comitato per il NO

“Ci si trova in mezzo ad un pasticcio molto complicato ed è proprio per questo che nei momenti confusi e complessi, l’unico filo che un paese democratico può tirare è quello delle leggi, della regola e della legalità. Mentre invece, in questa occasione come in molte altre, sembra prevalere la convenienza tattica del momento”. Così Emma Bonino è intervenuta durante la conferenza stampa di presentazione del “Comitato per il NO al Referendum elettorale Guzzetta” costituito oggi dai Radicali.

Tra i fondatori, la stessa Bonino, Rocco Berardo, (Tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni) Sergio D’Elia (Segretario di Nessuno tocchi Caino), Michele De Lucia (Tesoriere di Radicali Italiani) e Filippo di Robilant. Coordinatore del Comitato è Marco Pannella, Tesoriere del Comitato è l’onorevole Maurizio Turco, deputato radicale. L’iniziativa radicale è tesa a informare quanto più possibile i cittadini italiani della reale posta in gioco con il Referendum.

“Ho l’impressione – ha spiegato la Bonino – che non tutti i leader politici abbiano letto i quesiti referendari e che non siano ben consapevoli dell’esito di questo passaggio politico. L’attuale legge elettorale ci ha dato un parlamento non di eletti ma di nominati e ora ci vogliono convincere che il referendum sia teso a restituire potere e libertà di scelta ai cittadini italiani. Ma non è così perché nel caso si votasse Sì, le liste rimarrebbero bloccate e le persone che siederanno in Parlamento e in Senato, resterebbero nominate e non elette".

"Per questo – ha concluso la Bonino – abbiamo costituito il comitato per il NO: vogliamo che gli italiani tornino ad essere cittadini realmente protagonisti”.

Aperto all’adesione e al sostegno dei singoli elettori, delle associazioni e degli enti, il comitato per il NO si propone di dare un’espressione netta, chiara e trasparente ai “mugugni” interni ad ogni area politica.

Videoconferenza da RADIO RADICALE Porcellum” (o “porcata”) è volgarmente definita la legge n. 270 del 2005, ossia la vigente legge elettorale per le elezioni politiche nazionali.

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QUI DI SEGUITO TROVATE SPIEGATE LE RAGIONI DEL NO -

Perché è definita tale? Per la semplice ragione che fu lo stesso promotore di tale legge, l’allora (ancor oggi!) ministro del Governo Calderoli, a definirla letteralmente una “porcata” dopo soli tre mesi dalla sua approvazione parlamentare (in occasione di un’intervista a Matrix del 15 marzo 2006).

Da qui l’appellativo di “Porcellum” (storpiando il nome “Mattarellum”, con cui era nota la precedente legge risalente al 1993).

PERCHE’ LA LEGGE ELETTORALE VIGENTE E’ UNA “PORCATA”?

L’elemento più discutibile della legge n. 270 non è tanto il passaggio:

- da un sistema elettorale “misto” (prevalentemente maggioritario con quota proporzionale)

- ad un sistema elettorale “proporzionale” (sia pur corretto da un premio di maggioranza)

bensì:

1- l’introduzione di “liste bloccate”.

L’elettore può votare solo per il partito d’appartenenza, senza alcuna possibilità d’indicare le sue preferenze personali (come, invece, avviene per le elezioni europee, regionali e comunali): è rimessa esclusivamente alle segreterie di partito, invece, la stesura delle liste e dell’ordine d’elezione dei candidati!


Perché ciò sarebbe una “porcata”?

Semplicemente (si fa per dire!) perché tale sistema:

a. toglie ai cittadini il diritto di “voto sostanziale” (ossia di scegliere liberamente le persone da cui essere rappresentate in Parlamento)

b. trasforma il Parlamento in un’Assemblea di “nominati” (piuttosto che di eletti!), la cui elezione dei componenti dipende esclusivamente dalle scelte e dalle graduatorie stabilite dai partiti

c. trasforma la democrazia in una “partitocrazia”, un regime di rappresentanza democratica diretto e gestito arbitrariamente dai partiti

d. e mortifica il ruolo e l’autonomia dei parlamentari (se sono le segretarie di partito a “scegliere” i propri rappresentanti parlamentari, si tende inevitabilmente a far prevalere criteri clientelari o parentali piuttosto che meritocratici nella scelta dei “nominati”, assicurandosi dagli eletti non il meglio della competenza e professionalità bensì il massimo della fedeltà e della sudditanza!)

2- l’assegnazione al Senato del premio di maggioranza su “base regionale” (non nazionale).

La coalizione vincente in una determinata regione, dunque, si assicura almeno il 55% dei seggi della regione stessa.

Il problema risiede nel fatto che, potendo le maggioranze politiche variare da regione a regione, ciò rischia:

a. di non garantire una maggioranza politica stabile al Senato (contrariamente a quanto garantito per la Camera: esattamente ciò che è accaduto, per intendersi, nella precedente legislatura di centrosinistra!)

b. di determinare, addirittura, maggioranze politicamente diverse tra la Camera ed il Senato!

COSA PREVEDE IL REFERENDUM DEL 21 GIUGNO PROSSIMO?

Fallito ogni tentativo parlamentare di riformare della legge elettorale, il Comitato promotore del referendum creato dai prof. Segni e Guzzetta ha indicato la via referendaria come unica strada maestra per scardinare dal basso un sistema elettorale inadeguato e “poco democratico”.

In effetti, la storia della seconda Repubblica italiana dimostra come solo la minaccia referendaria ha spinto il Parlamento ad intervenire in materia elettorale!

Ma cosa prevede concretamente il referendum?

Gli Italiani, il prossimo 21 giugno, saranno chiamati ad esprimersi su tre quesiti referendari:

PRIMO: col primo quesito si chiede:

- l’introduzione di un “premio di maggioranza” (pari all’assegnazione del 55% dei seggi) in favore della singola lista più votata alla Camera dei Deputati

- e l’innalzamento della soglia di sbarramento al 4% per l’accesso alla Camera dei deputati.

SECONDO: col secondo quesito si propone:

- l’introduzione di un “premio di maggioranza” (sempre del 55% dei seggi) anche al Senato in favore della singola lista più votata

- e l’innalzamento della soglia di sbarramento all’8% per l’accesso al Senato.

TERZO: col terzo quesito, infine, si reclama di abrogare le “candidature multiple” (anticipo ora che quest’ultimo quesito è l’unico dei tre sicuramente condivisibile!)

COSA CAMBIEREBBE SE VINCESSE IL “SI”?

Se si raggiungesse il quorum (pari al del 50%+1 degli aventi diritto al voto) e se i “Si” prevalessero sui “No”:

1- Non si assegnerebbe più alcun premio di maggioranza alle “coalizioni” (sia alla Camera che al Senato) bensì alle “singole
liste” (ossia ai partiti).
Secondo l’attuale legge elettorale, invece, a beneficiarie del premio di maggioranza possono essere anche le “coalizioni di liste” (il referendum si propone proprio di abrogare la disciplina che permette il collegamento tra liste).

2- Le “soglie di sbarramento” (ossia il livello minimo di voti necessario per ottenere seggi in Parlamento) salirebbero:
- al 4% per la Camera (già oggi è al 4%, ma si riduce al 2% per i partiti coalizzati)
- e all’8% per il Senato (contro il 3% vigente!).

3- Vigerebbe il divieto di “candidature multiple”, ossia di candidare la stessa persona in più circoscrizioni (ad esempio, alle prossime elezioni europee, sia Berlusconi che Di Pietro sono capolista in più circoscrizioni).
Perché ciò sarebbe certamente un bene per la rappresentanza politica?
Perché le “candidature multiple” determinano la conseguente “cooptazione oligarchica” della classe politica: l’eletto in più circoscrizioni (cd. “plurieletto”), infatti, optando per uno dei seggi vinti lascia vacanti gli altri e determina l’elezione dei candidati in subordine!

Ben 1/3 dei parlamentari attualmente in carica sono stati “eletti” per grazia ricevuta: ciò non fa che indurre ad atteggiamenti di sudditanza e di disponibilità degli eletti che danneggiano la dignità della funzione parlamentare!

PERCHE’ ESSERE “CONTRARI” A QUESTO REFERENDUM?

1- Perché L’ESITO DEL REFERENDUM “PEGGIOREREBBE” IL SISTEMA ELETTORALE VIGENTE:

a. non verrebbero ripristinate le “preferenze” (la più evidente falla della legge elettorale “vergogna” vigente!), ossia il diritto degli elettori di scegliere quali rappresentanti mandare in Parlamento

b. e, introducendo un premio di maggioranza in favore della singola lista più votata, si affiderebbe ad un solo partito (anche se questo disponesse solo del 20 o 30% di preferenze, purché il partito nel complesso più votato!) il potere di “occupare” (a mio avviso “abusivamente”) il 55% dei seggi in Parlamento!

Ciò comporterebbe:

a. snaturare il senso di una “democrazia rappresentativa” (la maggioranza del Parlamento sarebbe espressione di una minoranza di Italiani!)

b. accentrare il potere pubblico in poche mani (affidando le chiavi della nostra democrazia, in pratica, nelle mani di un segretario di partito!)

c. e discriminare il voto degli Italiani in base al partito di appartenenza (il voto degli elettori
del partito maggioritario varrebbe “il doppio” rispetto al voto in favore dei partiti minori!)

2- Perché L’ESITO REFERENDARIO SAREBBE INUTILE E FACILMENTE RAGGIRABILE.

Nelle intenzioni di Segni e Guzzetta, il referendum dovrebbe:

a. instaurare un “bipartitico puro” (sull’esempio inglese o americano, per intendersi) in luogo del “bipolarismo” figlio della seconda Repubblica (spingendo gli attuali soggetti politici alla costruzione di due soli partiti contrapposti)

b. ed imporre un “presidenzialismo camuffato” (contrario al “parlamentarismo” delineato dalla Costituzione vigente).

A parte il fatto che:

a. non si sente più un estremo bisogno di “semplificazione” del quadro politico in quanto, dopo le ultime elezioni, una semplificazione è già di fatto avvenuta (sono solo cinque le forze politiche rappresentante in Parlamento: Lega, Pdl, Udc, Pd e Idv)

b. e imporre un “bipartitismo forzato” appaia come un morboso tentativo di seguire una moda politica esterofila lontanissima dalla tradizione politica italiana e dal dna culturale del Paese

tali propositi, in ogni caso, sono destinate ad essere traditi se non raggirati!
Niente e nessuno, infatti, vieterebbe ai partiti attuali di allearsi in due grandi “listoni elettorale” contrapposti (così da competere uniti per conseguire il premio di maggioranza) per poi dividersi, subito dopo le elezioni, in gruppi parlamentari
autonomi!

3- Perché QUESTO REFEREMDUM INDEBOLIREBBE OGNI FORMA DI “PLURALISMO POLITICO”.

I referendari, infatti, sono evidentemente animati da un “intento persecutorio” contro i piccoli partiti!
L’obiettivo del referendari è indurre i soggetti politici minori (ma nemmeno poi tanto “piccoli”, come la Lega, l’Idv e l’Udc) a confluire nei partiti più grandi:
- perdendo la loro identit�
- ed impedendo alle istanze minoritarie di avere “alcun ruolo” (alcuna rappresentanza sostanziale) sulla scena politica.
Con ciò non si vuole difendere ogni forma di “multipartitismo estremo” né incoraggiare la “frammentazione politica” (già oggi, in realtà, lontano ricordo!): si tratta, invece, di riconoscere uno spazio di “esistenza politica” a partiti che, pur contando “milioni di voti”, verrebbero esclusi (se non rinunciassero alla propria identità):
- sia da alcuna possibilità di concorrere al governo del Paese
- sia da alcuna rappresentanza politica parlamentare (specie in Senato, dove risulterà pressoché impossibile per tutti i partiti minori, stante le sirene del “voto utile” in favore dei partiti maggioritari, raggiungere l’alta soglia di sbarramento dell’8%!).

4- Perché QUESTO REFERENDUM E’ “PERICOLOSO PER LA DEMOCRAZIA”!

Fino a che punto le esigenze di “governabilità” e di facile “decisionismo” della maggioranza di Governo possono
spingerci a stravolgere i risultati elettorali (soppesando diversamente il voto dei cittadini)?

Per quale ragione “democratica” si dovrebbe sentire il bisogno estremo di far fuori dal dibattito politico Lega, Idv ed Udc (costringendoli, al massimo, ad essere “fagocitati” dal Pdl e dal Pd)???
Tutti i cittadini hanno diritto a disporre di una “rappresentanza politica” in Parlamento:

- comunque la pensino
- sia pur entro i limiti di un eccessivo “frazionamento” della rappresentanza politica.

Il rischio di un “parlamentarismo confuso” oggi non esiste, essendo escluso dalla presenza di soglie di sbarramento sia per l’accesso alla Camera che al Senato.
Per quale motivo, allora, sopprimere tutte le restanti voci “minoritarie” del Paese?!

LA STORIA SI RIPETE?

Molti, ipotizzando le conseguenze di un successo del referendum elettorale, hanno apertamente parlato di rischio di “emergenza democratica”.
E’ una invocazione eccessiva?
Prima di rispondere sbrigativamente, rinfreschiamo un po’ la memoria … (spero che almeno la Storia, in questo Paese, sia condivisa!).

Il 18 novembre del 1923 è entrata in vigore in Italia la legge elettorale “Acerbo”, che prevedeva:
- l’adozione del sistema maggioritario plurinominale all’interno di un collegio unico nazionale
- e l’elezione in blocco di tutti i candidati della singola lista che otteneva la maggioranza relativa con una percentuale superiore al 25%.
Alle elezioni del 6 aprile 1924 il “Listone” guidato da Benito Mussolini prese il 61,3% dei voti: il premio di maggioranza, così, scattò in favore del Partito nazionale fascista (che, tra le liste parte del Listone, risultò la più votata).
Il resto della storia è facilmente consultabile nei libri scolastici …
Il fascismo non nacque da una rivoluzione ma da una “elezione democratica”, favorito da una legge elettorale non molto diversa da quella che uscirebbe dal referendum del 21 giungo prossimo se passasse il “Si”!!!

Il 31 marzo 1953 fu promulgata la legge elettorale n. 148, definita dai suoi oppositori “Legge truffa”.
Si trattava di una modifica in senso maggioritario della legge proporzionale del 1946: la legge introduceva un premio di maggioranza consistente nell’assegnazione del 65% dei seggi della Camera dei Deputati alla lista (o al gruppo di liste “apparentate”) in caso di raggiungimento del 50%+1 dei voti validi.
Alle elezioni politiche di quell’anno le liste apparentate guidate dalla Dc ottennero solo il 49,8% dei voti: per un soffio non è scattato il premio di maggioranza previsto!

Ci rendiamo “oggettivamente” conto (al di là del diverso contesto storico-politico in cui viviamo …) che il referendum elettorale del prossimo giugno è una versione “molto peggiorativa”:
- sia della “Legge Acerbo” del ’23
- che della “Legge Truffa” del ‘53?!

PERCHE’ LA SCELTA DEL PD DI VOTARE “SI” E’ “MASOCHISTA”?

Se fosse stato Berlusconi a promuovere un progetto di legge elettorale avente i connotati del referendum qui in oggetto non ho dubbi che la risposta delle opposizioni sarebbe stata prevedibile: tacciare questo come un tentativo di “fascistizzazione” dello Stato!
Come è spiegabile, allora, il fatto che tra i sostenitori del “Si” al referendum vi sia in prima fila il segretario democratico Franceschini?
Il Pd, dimostrando di essere totalmente “allo sbando” (una nave alla “deriva elettorale” senza più timoniere!), ha fatto “tragicamente male” i conti in casa propria: puntando a competere contro Berlusconi come unica forza d’opposizione spendibile in un eventuale sistema bipartitico (delineato dal referendum) rischia di “regalare” il Paese in mano al Pdl non per i prossimi anni bensì per i futuri decenni!
Il convincimento del Pd è quello per cui sostenere il referendum sia il mezzo migliore per ottenere un altro risultato sperato: far pressione sul centrodestra per cambiare in Parlamento il “porcellum”.
Ma quale interesse avrebbe Berlusconi, se vincesse il “Si”, a modificare una legge elettorale (riformulata dal referendum) con cui il Pdl “andrebbe a nozze”???
Immaginiamo qualche possibile scenario:
- in Italia esiste un partito “padronale” (il Pdl) con un consenso che si aggira intorno al 40%
- la legge elettorale (come modificata dal referendum) consegnerebbe le chiavi del Paese al solo partito più votato
- Berlusconi (capo del Pdl) da anni ripete di auspicare (per governare senza impicci e senza i fastidi degli alleati …) di conseguire per il proprio partito la maggioranza assoluta dei consensi
- il Premier ha già dichiarato che voterà (e farà votare) “Si” al referendum del prossimo 21 giugno …
Se vincesse il referendum, c’è qualcuno pronto a scommettere che il Cavaliere si lascerebbe sfuggire l’occasione di indire immediate elezioni (col pretesto di un Parlamento delegittimato a seguito del risultato referendario …)???
Comunque stiano le cose, ovviamente, la contrarietà a questo referendum deve essere “di principio”, prescindendo dagli interessi elettorali di una parte politica o dell’altra!

PERCHE’ E’ PIU’ EFFICACE L’ “ASTENSIONE” CHE IL VOTO CONTRARIO?

Le elezioni referendarie hanno una valenza diversa dalle elezioni europee, politiche o amministrative: conta non solo il voto ma anche il “non voto”!
Anzi l’astensione può contare più del voto se decisiva a non far raggiungere il quorum del 50% + 1 degli aventi diritto recatisi alle urne!
Per tal ragione, considerata l’alta probabilità che non si raggiunga il quorum (dato il non accorpamento del referendum con le elezioni europee), la strategia migliore (in quanto più efficace) per opporsi al referendum è quella di “non votare”!

L’opzione astensionistica non è affatto una scelta “qualunquista” o inutile: è la stessa Costituzione, prevedendo un quorum per la validità dei referendum abrogativi, a riconoscere un ruolo utile all’astensione!
Per usare le parole di Pancho Pardi: “far mancare il quorum non è manifestazione di indifferenza. E’ difesa attiva della democrazia!”

TI INVITO, INOLTRE, A LEGGERE LA SEZIONE “PROPOSTE PER RIFORMARE LA DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA ITALIANA” SU:
http://www.facebook.com/home.php?ref=home#/note.php?note_id=110630519224&ref=mf

Gaspare Serra

fonte: http://spaziolibero.blogattivo.com/




lunedì 15 giugno 2009

IL MONOPOLIO, LO STRETTO, LA MALAPOLITICA





Messina 15 giugno 2009 – comunicato stampa -

il monopolio nello Stretto ha ucciso le ferrovie


Intere zone pregiate del fronte mare e dell'area portuale di Messina sono state asservite ad approdi di traghettamento privato. La carovana dei Tir continua a imperversare per la città ( questa mattina,alle 8,15, l'ennesimo incidente all'inizio della via Cavour dove non sarebbe dovuto passare nessun mezzo pesante).
Di fronte a tale situazione, non si colgono segnali di novità. La flotta pubblica invece si assottiglia e scompare secondo una strategia precisa. Governo, Trenitalia ed RFI vogliono isolare la Sicilia e sono a rischio ancora 1500 posti di lavoro con la conseguenza che il servizio pubblico sarà ridotto ai minimi termini. Così come avviene sistematicamente da oltre quaranta anni. Rete ferroviaria e Trenitalia, con un'iniziativa unilaterale, fermeranno definitivamente una nave per il trasporto ferroviario e dismetteranno totalmente il trasporto – sostenibile - merci su rotaia. Mentre il traghettamento privato moltiplica la flotta, le corse e il gommato insostenibile riversato sulla viabilità cittadina e regionale. Ciò sta avvenendo in totale dispregio del principio costituzionale che sancisce l'obbligo del mantenimento della continuità territoriale dello Stato e le normative europee sulla libera concorrenza dei trasporti.
Il coinvolgimento, richiesto da alcuni politici risulta beffardo, consiglieri comunali e provinciali notoriamente hanno sempre agevolato un unico vettore:quello privato, di un solo privato, mentre altre società e altre offerte sono state lasciate morire in silenzio.
Il progetto di sviluppo per l’area dello Stretto e quello conseguente della navigazione nello Stretto si potrà risolvere soltanto con la razionalizzazione degli approdi a Messina e nella costa calabra e CHIUDENDO definitivamente LA RADA S.FRANCESCO. Soltanto così tutti i vettori saranno posti nelle stesse - medesime condizioni di approdo e di servizio. Il monopolio dei Franza - Genovese - Matacena ha distrutto le FFSS (oggi rfi) ed è questo il problema centrale. Come si pensa di sciogliere questo nodo, questa commistione? Avevamo proposto all'amministrazione comunale di “ENTRARE” nel traghettamento o attraverso una convenzione pubblica con altri privati o,meglio,con una compartecipazione nella navigazione parapubblica. Appare francamente INUTILE e FUORVIANTE CHIEDERE alle ferrovie di non dismettere quando sono proprio i politici (TUTTI) che in Parlamento e fuori lavorano per espellere il traghettamento pubblico dallo Stretto.Il resto ci sembra una farsa.

Palmira Mancuso - Saro Visicaro
associazione radicale “Leonardo Sciascia”

giovedì 11 giugno 2009

A S.AGATA I FRANZA COSTRUISCONO SULLA SPIAGGIA

QUESTA VICENDA E' STATA RIPORTATA DALLA GAZZETTA DEL SUD E RIPRESA DA POCHISSIME TESTATE.

LA MAGISTRATURA NON INTERVIENE.

I VIGILI URBANI CHISSA' DOVE E COSA FANNO.

OSPITIAMO SU QUESTO BLOG UN INTERVENTO DELL'ING.BERNARDO AIELLO E CI PRERPARIAMO AD UNA MOBILITAZIONE

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Vedo ancora una volta una vera e propria svendita politica del territorio della nostra comunità alla speculazione edilizia, oltre che una conseguente e connessa lesione dei diritti fondamentali dei disabili (oltre che dei cittadini normodotati).

La via caporale è larga circa tre metri, come riporta l’articolo del settimanale e si affacciano su di essa due file pressoché ininterrotte di unità abitative ; inoltre essa è l’unico percorso dato per fruire di una delle nostre spiagge più belle, con la riva calabra praticamente a tiro di voce.

Orbene, credo che sia compito del comune adeguarla alle previsioni di cui all’art. 2 del Codice della Strada, rendendola fruibile in sicurezza a tutti i pedoni, disabili compresi. E, per ottenere questo, occorrerebbe incrementare gli insufficienti spazi destinati a parcheggio e dotarla per tutta la sua lunghezza di idoneo marciapiede, con scivoli per disabili a norma ove necessario.

Ovviamente questo renderebbe non più evitabile l’istituzione di un senso unico, opportunamente dotando di guard-rail l’accesso dal lato della piazzetta di Sant’Agata.

Insomma, è necessario un intervento ben studiato per consentire a tutti la fruizione della zona di demanio marittimo servita dalla via caporale.

Che in queste condizioni di grave carenza si consenta per di più l’edificazione di ulteriori ben quaranta appartamenti, con il correlato esponenziale incremento sia del flusso veicolare nella stradina sia delle esigenze di parcheggio, non ho paura alcuna a dire e sostenere trattasi di pura follia, contraria al più elementare buon senso.

Il Corriere della Sera ha recentemente riportato la classifica delle città del mondo in base alla loro vivibilità, classifica redatta dall’Economist Intelligence Unit, Centro Studi dell’autorevole settimanale inglese The Economist.

Prima fra tutte Vancouver, la grande città canadese sul Pacifico, con un punteggio di ben 98 voti su 100 : praticamente perfetta.

La cosa non stupisce, anzi è una piena conferma del titolo di città più accessibile del mondo con riferimento alla disabilità, di cui essa si può vantare. E viene anche confermata la legge empirica di natura, sempre confermata, che a far qualcosa di buon per i disabili si finisce automaticamente per fare qualcosa di molto buono per tutti, normodotati compresi.

Bisogna scorrere a lungo l’elenco per trovare la prima delle italiane, Milano, che si piazza al cinquantesimo posto con voti 89,50 su 100 ; non è male. Lì vicino Roma, 52ma con voti 89,00 su cento.

L’indagine non considera altre città italiane e, perciò, non considera Messina ; evitandoci così, con ogni probabilità, una figuraccia.

Una proposta. Non dovrebbe essere difficile contattare via Internet la Municipalità di Vancouver : orbene, perché i nostri Amministratori, prima di autorizzare un progetto come quello in questione, non la contattano per avere un parere ?

Bernardo Aiello

mercoledì 3 giugno 2009

EUROPA e LAICITA'


Fu molto forte il dibattito, almeno in Italia, durante la stesura della Costituzione dell’Unione Europea, sulle radici cristiane che dovevano essere richiamate con forza nel testo, ma è così? L’Unione Europea unisce, sia pure con difficoltà, i popoli europei in vincoli legislativi strettissimi (molti hanno anche una comune moneta) e ha reso impensabile una guerra come è stato per secoli in questo territorio. Tutto questo ha dunque come radice un religione ed il cristianesimo in particolare? Come sempre, occorre guardare al di là delle apparenze e vedere in profondità i fatti che ci sono innanzi; prima di tutto occorre fare una distinzione tra l’Europa - un continente abitato da millenni e da vari popoli e che ha elaborato una cultura e una civiltà molto forti - e l’Unione Europea, l’aggregazione di questi popoli i quali da cinquant’anni, dopo il grande macello del conflitto mondiale, si sono associati tramite un patto giuridico vincolante per la cooperazione, collaborazione e sostegno comune. Quindi l’Unione Europea ha radici nello jus e nella lex espressioni del pensiero laico.
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Alex Zanotelli nel suo invito alla disobbedienza civile sulle norme del "Pacchetto sicurezza"

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