lunedì 28 settembre 2009

MA DOVE VUOLE ANDARE IL PARTITO DEMOCRATICO DI MESSINA?


Caro Saro,
per tua conoscenza e .... divertimento, ti allego sotto una richiesta di informazioni che ho inviato al comitato Marino a seguito della riunione del Circolo di Santa Teresa di Riva per l'elezione dei delegati.

"Gent.li amici,

gradirei avere una vostra valutazione su quanto avvenuto ieri sera nel circolo del mio paese, Santa Teresa di Riva (ME), in occasione delle votazioni per i segretari nazionali e regionali.

Ero stato inserito nell'ufficio di presidenza della riunione del circolo in qualità di rappresentante della mozione Marino, ma alla fine della riunione e delle votazioni mi sono rifiutato di firmare il verbale dell'assemblea per i seguenti motivi:

1) Non è stata ammessa alle votazioni una lista che avevo presentato a sostegno della mozione Marino con la spiegazione che non avevo la delega a presentarla da parte del rappresentante provinciale. Al riguardo ho fatto presente:
a) che non avevo la delega alla presentazione della lista perché l'istanza di presentazione era stata firmata direttamente dal rappresentante provinciale sig. Visicaro e quindi mi sembrava superfluo che io avessi una sua delega per presentare una cosa firmata da lui;
b) che, peraltro, il regolamento per l'elezione del Segretario e dell'Assemblea Nazionale all'art.4 comma 8, prevede che "solo" nel caso di più liste collegate ad un singolo candidato vi "debba" essere l'autorizzazione del rappresentante della mozione, mentre in questo caso vi era una sola lista.

2) Vista la fiscalità della presidenza, a mio avviso ingiustificata, a questo punto ho fatto presente come a mio avviso non fosse giusto ammettere a sostenere altre mozioni liste contenenti un numero di candidati delegati superiori a quelli spettanti al circolo che erano quattro.

3) In seguito, al momento della votazione, ho pure constatato che nelle schede i nominativi dei candidati segretari regionali e nazionali erano prestampati, mentre le denominazioni delle liste che li sostenevano erano scritte a mano, e, se vogliamo essere fiscali, non so se ciò sia regolare.

4) Alla mia richiesta di inserire nel verbale della riunione le mie osservazioni é stato opposto un secco rifiuto, al che mi sono rifiutato di firmare il verbale.

Premesso che l'episodio in sé denota solo la ridicolaggine dei quadri di partito a cui non basta neanche "stravincere", provando fastidio anche per piccole voci di "non consenso".

Premesso che quanto successo non penso abbia modificato neanche quello che sarebbe stato il risultato finale della consultazione, gradirei avere, comunque una vostra opinione sul fatto."

Santa Teresa di Riva (ME) 28 settembre 2009

ing. Sebastiano Casablanca

mercoledì 23 settembre 2009

GENOVESE DISTRUGGE IL PARTITO DEMOCRATICO



I plebisciti truccati

Soltanto grazie alla consolidata prassi dei partiti a conduzione padronale si possono ottenere adesioni bulgare del 90 % nelle assemblee politiche. Quello che sta avvenendo a Messina e in buona parte della Sicilia dimostra che a queste latitudini il Partito Democratico vuole continuare ad essere marginale e chiuso al cambiamento riformatore e progressista.
Grazie al deprimente comportamento del “garante” ( ma garante di chi?) responsabile della commissione per i congressi,alias Salvatore la Macchia, la mozione Marino non si può presentare nelle assemblee di Circolo inficiando in modo insanabile la validità stessa dei risultati finali.
La paura del dibattito, del confronto, della dialettica democratica continuano ad essere i principi fondanti dell'attuale gruppo dirigente. Lo stesso che ha portato alla disfatta elettorale alle ultime amministrative. Lo stesso che rimane sempre più chiuso in se stesso alla ricerca della gestione occulta del potere.
Se questo è il futuro che si continua ad immaginare per il Partito Democratico in Sicilia e a Messina non è difficile immaginare che dopo i congressi finiranno i plebisciti e inizierà il monoteismo.

per la mozione Marino
saro visicaro

martedì 22 settembre 2009

SCENEGGIATE : LA Santachè è ancora sana...


Santanchè, Viale: certificato medico conferma sceneggiata. Perché ha rifiutato gli rx?
Ieri pomeriggio Viale aveva bollato lo spettacolo della ex-parlamentare come una sceneggiata premeditata. Ecco cosa ha dichiarato dopo la lettura del certificato medico dell’Ospedale Fatebenefratelli di Milano.


Torino, 21 settembre 2009

• Dichiarazione di Silvio Viale, medico, dirigente radicale e presidente dell’Associazione Radicale Adelaide Aglietta

Un classico certificato di cortesia, quelli con cui si cerca di fregare le assicurazioni girando per un po’ con un collare, ed è probabile che nei prossimi giorni (soprattutto dopo questa dichiarazione) vedremo la nostra paladina i TV con un bel “Colare di Schanz”. Il certificato conferma la sceneggiata e la pista di favore concessa in 13 minuti. Perché la Santanchè ha rifiutato gli esami radiologici? Il perché è evidente: non solo non ci sarebbe stata evidenzia di alcuna frattura costale, come si era affrettato di dichiarare all’ANSA, ma non vi sarebbe stato alcun segno radiologico di colpo di frusta alla cervicale. I 20 giorni sono a puro consumo dei media e della sceneggiata di Santanchè. Infatti, in esso non viene riportato alcun segno oggettivo ma solo sensazioni riferite dalla paziente. Contusione è una definizione generica, direi astratta, per indicare nulla, come pure la contrattura. Dubito che la Santanchè assumerà i farmaci antinfiammatori e antidolorifici prescritti, mentre mi pare appropriata la prescrizione di un ansiolitico (Valium), sebbene a dosi insufficienti. Se fossimo in un paese serio ci sarebbe materia per un’inchiesta dell’Ordine dei Medici e dell’ASL competente, ma nello specifico c’è da augurarsi che Berlusconi trovi al più presto un posto per la sua paladina.

Silvio Viale

sabato 19 settembre 2009

UN APPELLO PER LA MOZIONE MARINO CHE FACCIAMO NOSTRO



PUBBLICHIAMO QUEST'APPELLO NELLA SPERANZA CHE SIA PORTATO A CONOSCENZA DI CHI A MESSINA NON HA POTUTO ANCORA CONOSCERE I CONTENUTI DELLA CANDIDATURA DI IGNAZIO MARINO ALLA SEGRETERIA NAZIONALE E QUELLI DI GIUSEPPE MESSINA ALLA SEGRETERIA REGIONALE.
nella foto Giuseppe Messina -




Amiche e amici iscritti al PD, sono una radicale, entusiasta della prima ora del Partito Democratico.
Ora sono ancora più ottimista: ci sono le condizioni perché diventi il Partito Democratico forte che tutti sognavamo.
Mi sono iscritta quest’anno all’ultimo minuto. Il mio entusiasmo è cresciuto quando Ignazio Marino si è messo in gioco per candidarsi segretario del Partito Democratico.
Il suo parlare non politichese, chiaro, la linea ben definita della sua mozione e, in particolare il peso forte che dà al metodo laico della riflessione, per me e, spero per voi tutti, sono le colonne portanti di tutta la Mozione Marino.
Sono una cittadina semplice “di strada”, dove si incontra la gente comune, e ogni giorno mi confronto con richieste e speranze per il rispetto di diritti negati, ignorati, se non calpestati.
Marino è stato il politico coraggioso che si è esposto più di altri nella vicenda di Welby ed è riuscito e riesce a dare risposte a chi chiede di non essere lasciato solo da una politica che parla di valori astratti e dimentica l’uomo.
Nella stessa corsa “folle” abbiamo Giuseppe Messina candidato a segretario per la Sicila. Esponente storico della Lega Ambiente e delle lotte per i diritti civili.
Care amiche e amici, vi chiedo di dare il vostro consenso a Ignazio Marino proprio per dargli la possibilità di correre alle Primarie prossime. Che poi vinca il migliore che giudicheranno i cittadini che vi parteciperanno.
Un augurio a noi tutti per un Partito Democratico forte.

mina welby

martedì 15 settembre 2009

UNO SCOGLIO A BARCELLONA ? GLI AFFARI DEL LONGANO.


Le mille ombre sull’affare del Parco commerciale di Barcellona PG

di Antonio Mazzeo

È il cuore di una delle aree della provincia di Messina a maggiore densità eversiva e mafiosa. Barcellona Pozzo di Gotto, comune ad una quarantina di chilometri dal capoluogo dello Stretto, per affinità storiche, politiche e criminali è definita la “Corleone del XXI secolo”. Gli ultimi trent’anni hanno visto l’ascesa delle organizzazioni criminali locali ai vertici dei traffici internazionali di armi e droga; l’alleanza con i ceti borghesi dominanti ne ha garantito la capacità di penetrazione nella politica e nelle istituzioni. Amministratori e consiglieri comunali avrebbero ricevuto pesantissimi condizionamenti. Un “buco nero” nella storia della Sicilia che solo a partire dalla fine degli anni ’90 ha richiamato l’attenzione dell’Antimafia e degli organi di stampa nazionali. Poi, nel giugno 2006, quella che sembrava potesse essere una svolta per riportare legalità e agibilità democratica: l’allora prefetto di Messina, Stefano Scammacca, disponeva un’indagine sulle infiltrazioni mafiose nel Comune. Sindaco è Candeloro Nania, cugino di primo grado e appartenente allo stesso partito di Domenico Nania, capogruppo al Senato di An. Ed è il Polo ad avere una maggioranza bulgara in consiglio.
Per un anno quattro ispettori (il prefetto Antonio Nunziante, il vicequestore Giuseppe Anzalone, il capitano dei carabinieri Domenico Menna e il comandante della Guardia di Finanza Domenico Rotella), spulciano centinaia di delibere ed atti amministrativi ed analizzano contratti e visure camerali. La valutazione finale è unanime: troppe scelte amministrative sono state subordinate agli interessi della criminalità locale. Altrettanto unanime è la richiesta di scioglimento dell’organo elettivo. La relazione ispettiva, centoquarantasei pagine, viene inviata a Roma, ma inspiegabilmente il ministro degli Interni Giuliano Amato decide di non apporre la propria firma al decreto di scioglimento. Amministrazione e consiglio comunale possono concludere regolarmente la legislatura e alla tornata elettorale del 2007 Candeloro Nania e il Polo si ripresentano uniti ottenendo un successo di voti e consensi ancora più consistente.
La giunta bis consolida il suo potere in una città dove pure l’aria che respiri sembra stagnante; vige l’“ordinaria amministrazione” sino allo scatto di orgoglio della Commissione edilizia urbanistica che i primi giorni d’agosto di quest’anno approva definitivamente il piano particolareggiato di quello che sarà il più grande Parco commerciale dell’intera provincia di Messina. L’unico, come annunciato dai vertici di Palazzo Longano, che «sarà realizzato, in conformità alle leggi e alla pianificazione urbanistica e commerciale della Regione». Non poco in un’area dove sorgono come funghi megastore e centri commerciali, tutti in deroga o in aperta violazione alle normative in materia.
Quello di Barcellona sarà un Parco di dimensioni faraoniche: le infrastrutture s’insedieranno in un’area di 184.000 metri quadri in contrada Siena, accanto al nuovo centro artigianale e al vecchio tracciato della linea ferroviaria Messina-Palermo, strategicamente integrato all’asse stradale che l’Area di Sviluppo Industriale (Asi) chiede di realizzare in collegamento con la vicina area industriale di Milazzo-San Filippo del Mela, nella prospettiva di insediare l’autoporto originariamente programmato a Milazzo. All’interno del Parco saranno insediati sei diverse strutture destinate alla grande distribuzione, una serie di locali commerciali e per il tempo libero, un parco giochi per bambini e alcuni alberghi e ristoranti. A presentare nel giugno 2007 l’ambizioso progetto, la “G.d.m. - Grande Distribuzione Meridionale S.p.a.” di Campo Calabro (Reggio Calabria), un’azienda che gestisce nel sud Italia numerosi supermercati dei marchi Quiiper, Dìperdì e Docks market, più gli ipermercati della transnazionale francese Carrefour di Porto Bolaro (Reggio Calabria), San Cataldo (Caltanissetta), Castrofilippo (Agrigento) e Milazzo.
Nel 2005 l’azienda calabrese aveva stipulato un contratto di comodato d’uso con la Dibeca S.a.s. di Barcellona, proprietaria di buona parte dei terreni di contrada Siena, con relativa promessa di vendita. La stesura del piano particolareggiato fu affidata invece all’architetto barcellonese Mario Nastasi. Nel maggio del 2008, la G.d.m. decise però di farsi da parte. «L’acquisto dei terreni della Dibeca era subordinato al verificarsi di una serie di condizioni consistenti nell’ottenimento, entro e non oltre tre anni dalla stipula del contratto, sia dell’approvazione del progetto, sia del rilascio della relative concessioni edilizie da parte del Comune, sia dell’autorizzazione amministrativa commerciale per l’apertura di una grande struttura di vendita», ha spiegato Piergiorgio Sacco, presidente della società di Campo Calabro. «Nessuna delle condizioni previste in contratto si è avverata nel termine triennale indicato: da qui il venir meno dell’interesse della nostra società alla iniziativa urbanistica». Anche la non brillante esperienza del centro Carrefour di Milazzo può aver influito sulla decisione dei manager della G.s.m.: nello stesso anno, a causa della flessione delle vendite e l’assoluta deregulation del mercato, la società era stata costretta a mettere in cassa integrazione quasi la metà del personale impiegato.
Poco conveniente, dunque, tentare l’apertura di un altro centro commerciale in zona. Ma a Barcellona c’è però chi la pensa in maniera differente, al punto d’impegnarsi energicamente perchè il piano concludesse positivamente l’iter istruttorio ed approdare in consiglio comunale per l’approvazione finale. Dato il dietrofront della società proponente si è dovuto ricorrere ad un escamotage: presentare una domanda di cambio di titolarità della concessione edilizia. Ci ha pensato il 5 gennaio 2009 proprio la Dibeca, proprietaria dell’area di contrada Siena. E la commissione edilizia ha fatto valere allora quella che si sostiene essere una «continuità soggettiva, atteso che la nuova istanza viene dai proprietari di quei terreni che davano sostanza alla richiesta della G.d.m.». Una “continuità” affermata pure dalla scelta della Dibeca di affidare la direzione dei lavori per il Parco commerciale all’ingegnere Santino Nastasi, fratello dell’estensore del piano particolareggiato.
Alla società barcellonese la commissione ispettiva della Prefettura di Messina aveva dedicato un intero paragrafo (il terzo) della propria relazione sulle “anomalie” amministrative dell’Ente comunale. Per insediare gli uffici dell’Acquedotto e degli Impianti Sportivi, il 18 ottobre 2001 il Comune aveva preso in locazione dalla Dibeca un immobile di Via Operai 72. L’unico contratto sottoscritto con soggetti privati, un «rapporto economico» da cui - secondo gli ispettori prefettizi - «discendono forti elementi sintomatici che contraddistinguono, in termini di permeabilità, una gestione amministrativa che sembra privilegiare, non appena gli è possibile, rapporti economici con soggetti che, direttamente o indirettamente, risultano contigui, se non intranei, ad ambienti criminali locali di natura mafiosa». L’affitto per la durata di sei anni era stato stipulato con Alessandro Cattafi, «amministratore unico della Dibeca, in sostituzione della proprietaria, Nicoletta Di Benedetto», dietro corresponsione di un canone annuo di 27.888,67 euro.
Il giudizio degli ispettori è lapidario. «È da evidenziare – si legge nella loro relazione - come l’amministrazione comunale, sia al momento della stipula del contratto di locazione che durante l’intera durata del contratto stesso, non abbia esperito i dovuti accertamenti e, soprattutto, non abbia posto in essere le iniziative atte ad evitare che l’Ente locale potesse avere rapporti economici con la società gestita dai familiari di un soggetto sottoposto a misura di prevenzione ai sensi della Legge antimafia 575/65». Alessandro Cattafi e Nicoletta Di Benedetto sono infatti rispettivamente figlio e madre dell’avvocato «pluripregiudicato» Rosario Pio Cattafi, personaggio «ritenuto ai vertici dell’organizzazione mafiosa barcellonese». E sarebbe poi bastata una capatina alla Camera di commercio per verificare come la società in questione non occultasse per nulla il dominus: alla costituzione il nome completo era infatti “Dibeca S.n.c. di Cattafi Rosario & C”, oggetto la gestione di lavori edili, stradali, marittimi e ferroviari. Sino al 1987 amministratore unico il farmacista Agostino Cattafi, fratello di Rosario, poi sindaco del comune tirrenico di Furnari (Messina). Nel dicembre 2004, la società prende invece il nome di “Dibeca S.a.s. di Corica Ferdinanda e C.”. Oggi i suoi soci sono ancora la madre del legale, Nicoletta Di Benedetto, il figlio, Alessandro, la sorella, Maria Cattafi, e Ferdinanda Corica.
Secondo l’organo ispettivo, Rosario Pio Cattafi «rappresenta una delle figure più emblematiche mediante il quale la città di Barcellona Pozzo di Gotto, diventa il crocevia, snodo nevralgico e luogo di convergenza ove si intersecano gli interessi della mafia catanese e palermitana, intrecciandosi con imponenti operazioni finanziarie e di illeciti traffici che portano fino alla lontana Milano». Egli sarebbe cioè uno dei «soggetti di livello superiore» che si muovono per mediare i contatti tra i vertici di Cosa Nostra e «taluni membri delle istituzioni operanti specialmente nel settore della politica, della giustizia e delle pubbliche amministrazioni».
Le vicende giudiziarie che hanno interessato il legale barcellonese sono condensate nelle motivazioni della misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno nel Comune di Barcellona per la durata di 5 anni, emessa nei suoi confronti dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Messina il 2 agosto del 2000, in epoca ampiamente antecedente alla stipula della locazione con l’ente locale. Di Cattafi vengono evidenziati in particolare i rapporti con numerosi esponenti della criminalità organizzata provinciale e regionale, con particolare riferimento a Francesco Rugolo, ai vertici del gruppo barcellonese, ucciso il 26 febbraio 1987. L’avvocato è stato pure “compare di anello” del boss Giuseppe Gullotti, a capo della mafia del Longano perlomeno sino alla sua condanna definitiva per l’omicidio del giornalista Beppe Alfano, nonché indicato dal collaboratore Giovanni Brusca come la persona che gli avrebbe fornito il telecomando per l’attentato mortale contro il giudice Falcone, la moglie e la scorta il 23 maggio 1992 a Capaci. «Di assoluto rilievo sono anche i rapporti prolungati nel tempo che vedono legato Rosario Cattafi al boss catanese Benedetto “Nitto” Santapaola ed a soggetti appartenenti alla cosca mafiosa di quest’ultimo», si legge ancora nella relazione sulle infiltrazioni criminali nella vita amministrativa di Barcellona. «Numerosi collaboratori di giustizia, tra i quali spiccano Angelo Epaminonda e Maurizio Avola hanno indicato Cattafi come personaggio inserito in importanti operazioni finanziarie illecite e di numerosi traffici di armi, in cui sono emersi gli interessi di importanti organizzazioni mafiose quali, oltre alla cosca “Santapaola”, le famiglie “Carollo”, “Fidanzati”, “Ciulla” e “Bono”».
Sin da giovane Rosario Cattafi aveva militato nelle file della destra eversiva «rendendosi protagonista nell’ambiente universitario messinese di alcuni pestaggi (unitamente al mistrettese Pietro Rampulla, l’esperto artificiere della strage di Capaci), risse aggravate, danneggiamento, detenzione illegale di armi». Particolarmente rilevante la vicenda inerente le «raffiche di mitra sparate dal Cattafi in una camera della Casa dello studente nell’aprile 1973, a seguito del quale è stato tratto in arresto». Successivamente il barcellonese fu sospettato di essere stato uno dei capi di una presunta associazione operante a Milano, responsabile del sequestro, nel gennaio 1975, dell’imprenditore Giuseppe Agrati, rilasciato dopo il pagamento di un riscatto miliardario. All’organizzazione fu anche contestata la compartecipazione nei traffici di stupefacenti e nella gestione delle case da gioco per conto delle “famiglie” mafiose siciliane.
Nei primi anni ’80, Cattafi si sarebbe attivato in vista del trasferimento di una partita di cannoni svizzeri “Oerlikon” a favore dell’emirato di Abu Dhabi. I documenti sulla transazione di materiale bellico furono scoperti nel corso di un’inchiesta della procura di Milano interessata a verificare se dietro un viaggio del Cattafi a Saint Raffael c’era l’obiettivo di «stipulare per conto della famiglia Santapaola un accordo con la famiglia dei Greco per la distribuzione internazionale di stupefacenti». Le indagini consentirono di accertare che il Cattafi aveva avuto accesso a numerosi e cospicui conti correnti in Svizzera e che lo stesso aveva tenuto «non meglio chiariti» rapporti con presunti appartenenti ai servizi segreti.
Nell’agosto del 1993 Cattafi fu indicato in una nota della Squadra Mobile di Messina quale fornitore di materiale esplodente e di armi ai sicari della cosca barcellonese ed «uno dei maggiori esponenti del clan». L’1 settembre dello stesso anno la sua abitazione fu oggetto di perquisizione su decreto emesso dalla Procura di Messina nell’ambito di un procedimento penale per traffico internazionale di armi e materiale bellico, associazione per delinquere, truffa e corruzione, nel quale egli risultava coindagato unitamente al re dei casinò delle Antille olandesi Saro Spadaro e al cittadino italo-peruviano Filippo Battaglia, di cui proprio Cattafi era stato testimone di nozze. Il procedimento fu avocato dalla Procura di Catania che rinviò a giudizio il solo Battaglia (poi assolto). Rosario Cattafi fu invece tratto in arresto il 9 ottobre 1993 in esecuzione di un ordine di cattura emesso dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Firenze, nell’ambito dell’operazione relativa all’autoparco Salesi di via Salomone di Milano nella quale rimasero coinvolti alcuni soggetti ritenuti legati alla criminalità organizzata lombarda e siciliana. Dopo una pesante condanna in primo grado per associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, la sentenza fu annullata per un vizio procedurale. Rifatto il processo, Cattafi venne assolto perché in sede dibattimentale furono dichiarate inutilizzabili le intercettazioni ambientali che avevano documentato le sue frequentazioni dell’autoparco milanese.
Del barcellonese si occupò poi la Procura della Repubblica di La Spezia nell’ambito dell’inchiesta sul faccendiere Pacini Battaglia e su un grosso traffico di armi delle società costruttrici Oto Melara, Breda ed Augusta con paesi sottoposti ad embargo. Sul suo conto i magistrati spezzini scrivono «essere inserito a pieno titolo nel commercio illegale delle armi e degli armamenti nella sua qualità di appartenente alla famiglia mafiosa capeggiata da Nitto Santapaola». Nel 1998 il barcellonese fu infine sottoposto ad indagini da parte della D.D.A. di Caltanissetta nell’ambito del procedimento riguardante i mandanti “occulti” della strage di Capaci. Anche stavolta la sua posizione fu archiviata.
Nel curriculum vitae di Rosario Cattafi ci sono infine due denuncie (una in data 9 agosto 2000, l’altra il 14 luglio 2001) per violazione degli obblighi della misura di prevenzione della sorveglianza speciale di Pubblica Sicurezza; una denuncia, il 20 luglio 2001, da parte del Nucleo Operativo della Compagnia Carabinieri di Barcellona, per «minaccia nei confronti di un medico e per violazione agli obblighi della sorveglianza speciale di P.S.»; la revoca da parte del Prefetto di Messina della patente di guida (8 gennaio 2001).
Il sindaco Candeloro Nania ha più volte ribadito che sarebbe stata la precedente giunta di centrosinistra a stipulare nel giugno 2000 il contratto di affitto con la società della famiglia Cattafi. «L’atto di affitto è stato sottoscritto materialmente il 18 ottobre 2001 dall’allora Commissario regionale, dott. Zaccone», ha replicato l’ex sindaco Pd. Negli archivi del Municipio è depositata una delibera del Consiglio comunale del 9 maggio 2000 che approvava una proposta di emendamento a firma dei capigruppo dei partiti del centrodestra che elevava a 70.000 euro il capitolo di bilancio riservato annualmente all’affitto dei nuovi locali di via Operai 72. Un regalo bipartisan che continua sino ad oggi: gli uffici comunali (e la sede locale della Croce Rossa Italiana) sono infatti ancora ospitati nello stabile di proprietà della Dibeca e centinaia di migliaia di euro sono già stati incassati dalla famiglia Cattafi. Briciole al confronto del business multimilionario che ruota attorno al mega Parco commerciale di Barcellona. Stavolta si fa veramente sul serio.

lunedì 7 settembre 2009

AFFARI SPORCHI CON LA LIBIA


Gheddafi-Berlusconi: quali interessi inconfessabili tra il presidente del Consiglio italiano e il dittatore libico?
Dopo la denuncia del “Guardian” si impongono chiarimenti urgenti

di Gualtiero Donati

“La Gheddafi-Berlusconi connection”. Così si intitola l’inchiesta del quotidiano britannico “The Guardian”: in sintesi: ci sarebbe qualcosa di più dei reciproci vantaggi politici, nell' “amicizia” tra il primo ministro italiano e il leader libico: tra i due esisterebbe "un altamente discutibile comune interesse negli affari". Il “Guardian”, in particolare, avrebbe scavatoe dentro una serie di operazioni finanziarie, ed accusa esplicitamente Berlusconi di un "decisamente sconcertante conflitto d'interessi, da aggiungere ai tanti che egli ha già in Italia".
Notizia ghiotta, e proprio perché tale ne riferisce solo “La Repubblica”, con una corrispondenza da Londra; che contiene un inciso significativo: “In realtà le notizie in questione erano già circolate nel nostro paese, anche se nessun organo d'informazione le aveva trattate con particolare attenzione, mentre secondo il “Guardian” si tratta di una faccenda che "meriterebbe la prima pagina in qualsiasi giornale europeo”.
Allora: lo scoop del “Guardian” è costituito da notizie che nell’ambiente sono note, almeno nelle loro linee generali; e tuttavia nessuno ne ha parlato o scritto “Repubblica” compresa, che decide di dedicare alla vicenda un articolo su quattro colonne, ma solo dopo che il “Guardian” ne ha scritto. C’è qualcosa che non va.
Ad ogni modo “Il Guardian” riferisce che nel giugno scorso, come riportato "da una piccola agenzia di stampa italiana, Radiocor", una società libica chiamata Lafitrade ha acquisito il 10 per cento della Quinta Comunication, una compagnia di produzione cinematografica fondata da Tarak Ben Ammar, storico socio di Berlusconi. Lafitrade è controllata da Lafico, il braccio d'investimenti della famiglia Gheddafi. L'altro partner di Ben Ammar nella Quinta Comunication è, "con circa il 22 per cento" del capitale scrive il “Guardian”, una società registrata in Lussemburgo di proprietà della Fininvest, la finanziaria di Berlusconi.
Non solo:Quinta Comunication e Mediaste possiedono ciascuna il 25 per cento di una nuova televisione via satellite araba, la “Nessma Tv”, che opera anche in Libia, sulla quale Gheddafi potrebbe esercitare influenza attraverso la quota che ha rilevato nella Quinta Comunication. A “Repubblica”, Ben Ammar spiega che “Nessma Tv” è di proprietà sua, al 25 per cento, di Mediaset per un altro 25, di due partner tunisini per il restante 50. L'ingresso di Gheddafi in Quinta Comunication, spiega, è avvenuto nell'ambito di un aumento di capitale ma solo perché interessato alla produzione di film sul mondo arabo. Quindi solo progetti cinematografici. L'aumento di capitale non è ancora concluso, ma al termine dell'operazione Gheddafi dovrebbe avere una quota del 10 per cento.
Come sottolinea il “Guardian” il legame d'affari tra Gheddafi e Berlusconi è un evidente conflitto d'interessi, e l’operato del Berlusconi politico acquista una diversa prospettiva e spiegazione: dai negoziati sull’immigrazione, alle compensazioni coloniali, dagli investimenti alla visita di Berlusconi a Tripoli alla vigilia delle celebrazioni per il quarantennale della presa del potere da parte del colonnello: tutto ciò acquista una nuova luce se "i due leader sono connessi da qualcosa di più della convenienza politica”.
Già mesi fa consiglieri influenti dell’amministrazione Obama rilasciarono pubblicamente dichiarazioni perplesse e severe circa i rapporti tra Berlusconi e Putin; ora gli “affari” con Gheddafi. Molto più grave e inquietante delle storie con escort e “papi”. In ogni caso ce n’è quanto basta per chiedere – anche a livello ufficiale e parlamentare – chiarimenti urgenti ed esaurienti.

sabato 5 settembre 2009

L'INEFFABILE SIG. DARIO LO BOSCO


Il presidente dell'Autorità portuale di Messina,prof.ing.Lo Bosco,amico del senatore Cuffaro che lo ha imposto ai messinesi,ha fatto pubblicare ieri dalla Gazzetta del Sud un avviso con il quale rende noto che il 4 agosto scorso (sic) la gara per la concessione della rada S.Francesco è stata "annullata". Tecnicamente il sig.Lo Bosco scrive che:" è stata dichiarata conclusa,senza proposta di aggiudicazione,la procedura di evidenza pubblica (...)" UN CAPOLAVORO!!! Degno del miglior Totò Cuffaro. In pratica,ieri,dopo una nota diffusa dai radicali che così scrivevano: "Il prof.dott.Lo Bosco sta infatti continuando a tenere in vita la concessione nell'approdo nella Rada S.Francesco nonostante gli interventi e i provvedimenti del Garante per la concorrenza. Ha addirittura previsto un nuovo bando che, misteriosamente,è rimasto ben congelato (...)" Soltanto dopo questo comunicato ( non pubblicato dalla Gazzetta del Sud) il presidente Lo Bosco rendeva pubblica la delibera dell'otto agosto di una gara bandita nel novembre del 2008.Nel mentre Franza e Matacena continuano ad utilizzare in modo esclusivo la rada S.Francesco e,anzi,aggiungono il servizio di metropolitana del mare sottratto illegalmente ai vincitori della regolare gara,cioè Rfi e Ustica.
Oggi,con la proverbiale indifferenza del giornalista "indipendente" dalle notizie,Lucio D'Amico ha il coraggio di spiegare così la storia:" La Rada S.Francesco ormai non interessa più a nessuno perchè tutti pensano ai futuri approdi di Tremestieri".SECONDO CAPOLAVORO!!Nel primo il sig. Lo Bosco imbroglia le carte e annulla la gara.Nel secondo il giornalista tranquillizza tutti perchè,tanto,l'approdo del viale della Libertà sarebbe prossimo alla chiusura. Una montagna di falsità e di depistaggi senza avere il coraggio di dire che,se tutto andrà per il verso giusto ( cosa che dubitiamo) Franza e Matacena rimarranno monopolisti assoluti del traghettamento attraverso l'utilizzo più vantaggioso ed economico rappresentato dalla rada S.Francesco.
Ecco,questa è la città,dove non c'è uno straccio di politico che abbia il coraggio di intervenire e,quando come in questo caso intervengono i radicali,da un lato vengono imbavagliati dall'altro vengono offesi ( vedi lettori di Tempostretto).
Ma,ovviamente,la storia non finisce qui.

nella foto i vigili urbani al servizio dei traghettatori privati per imbarcare nella rada S.Francesco

martedì 1 settembre 2009

ESSERE LAICI NON SIGNIFICA NON CREDERE


Perché laico non vuol dire non credente


di Francesco Pullia

Alcuni interventi apparsi recentemente su diverse testate hanno contribuito a portare l’attenzione su una questione dibattuta molto poco e, per di più, raramente in modo approfondito. Si tratta del significato appropriato da attribuire al laicismo.

E’ inutile nascondere che è invalsa, purtroppo, la pessima abitudine, rispondente ad una confusione di fondo artatamente ingenerata, ad utilizzare il termine “laico” come sinonimo di “non credente”. Ciò non solo non corrisponde a verità ma è espressione di flagrante malafede. In realtà, tutto può voler dire “laico” fuorché “non credente”.

Continuare ad insistere su questo equivoco equivale a mortificare la ricchezza insita nel laicismo e, nello stesso tempo, ad umiliare la stessa ispirazione religiosa. Il laicismo è, infatti, il sostrato della religiosità, il connotato essenziale di un atteggiamento verso l’altro improntato ad apertura, ascolto e, quindi, alla capacità di lasciarsi attraversare della parola (cos’è, anche etimologicamente, il diàlogos se non un attraversamento intersoggettivo, una comunicazione resa paritaria da un’identica ricerca veritativa?).



Quando la religiosità espunge da sé ogni laica caratterizzazione diviene tetro formalismo, sottrae spazio all’alterità spacciando per vere concezioni che, invece, sono dogmatiche, integraliste, intolleranti, in breve ottusamente clericali.



Nel corso della storia si è sempre fatto ricorso alla chiusura autoreferenziale, quindi all’espulsione di connotazioni laiche, proprio allo scopo di occultare forme interne di dissenso, eterodosse. La Chiesa cattolica in questo è stata davvero maestra.



Non sono poche, ad esempio, le voci straordinarie che, in conseguenza di questa autoreferenzialità, sono state ridotte al suo interno non tanto alla marginalità quanto all’acerrimo e drammatico occultamento. Noi non le conosciamo tutte, non possiamo conoscerle, appunto perché non ne è stato reso possibile l’ascolto. Se contrapposizione deve porsi non può essere, quindi, tra “laicismo” e “religiosità” ma tra “spiritualità” e “clericalismo”.

Su questo non si è mai voluto sufficientemente riflettere perché ha fatto fin troppo comodo, innanzitutto agli pseudolaici nonché ai corifei del codinismo, avvalorare una bell’e buona stortura mentale.



L’accreditamento di “laico” con “non credente” ha fatto sì che venissero appositamente impedita la conoscenza di visioni come quelle di Piero Martinetti, Ernesto Buonaiuti, Aldo Capitini, Ferdinando Tartaglia, Danilo Dolci, dello stesso Giuseppe Rensi (si leggano, ad esempio, di quest’ultimo le intense Lettere spirituali, pubblicate postume nel 1943 e riproposte circa vent’anni fa da Adelphi). E, ancora, non si può tralasciare Carlo Michelstaedter da cui Aldo Capitini desunse e fece propria la fecondità racchiusa nel termine “persuaso”.



“La via della persuasione”, aveva scritto nel 1910 Michelstaedter, “non è corsa da omnibus, non ha segni, indicazioni che si possano comunicare, studiare, ripetere; ma ognuno ha in sé il bisogno di trovarla e nel proprio dolore l'indice, ognuno deve nuovamente aprirsi da sé la via, poiché ognuno è solo e non può sperare l'aiuto che da sé. La via della persuasione non ha che questa indicazione: non adattarti alla sufficienza di ciò che ti è dato”.



“Persuaso” venne adoperato da Capitini, filosofo che più di tutti ha dato in Italia forma e spessore al pensiero della nonviolenza arrivando ad elaborare la straordinaria teoria (e prassi) della compresenza, come "autopersuaso", "pervaso”, dunque come indispensabile premessa a quella tensione etico-religiosa che doveva condurlo ad incappare nelle strettissime maglie dell’istituzione cattolica.



“Le istituzioni”, affermò Capitini nel 1952, “quanto più si ergono superbe e totalitarie (cioè con la pretesa di abbracciare tutto), tanto più sono lussuria di potenza e ostacolo diabolicissimo, o storico o umano o mondano che si voglia dire, all'emergere di quella compresenza pura o realtà di tutti, che solo amore e valore ha per confine e che ha per fondamento incrollabile l'intimità e la libera apertura: spiritus ubi vult spirat (lo spirito soffia dove vuole)”.



Di conseguenza, la sua laica, ripetiamo laica, ferma convinzione che un rinnovamento religioso sarebbe potuto avvenire coralmente, ad opera di tutti gli esseri (assenti inclusi), non di una gerarchia chiusa in se stessa e paga di privilegi secolarmente acquisiti.



Ecco allora che il laicismo è espressione di una condizione interiore che, senza appellarsi ad alcuna mediazione, accoglie e vivifica l'istanza religiosa, rinnovandola perpetuamente e portandone i contenuti all'interno della società. Il laicismo è la rappresentazione di una religiosità non confessionale che, in quanto tale, fa a meno di dogmi, paramenti e, soprattutto, di assolutistiche imposizioni.
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